LUCI SULLE MAFIE

PER UN UNIVERSITÀ TRASPARENTE E DEMOCRATICA – 21 marzo, Torino

PER UN’ALTRA UNIVERSITÀ: TRASPARENTE E DEMOCRATICA

“La trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati […], allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione […] e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.” 

art. 1 , D.Lgs. 33/2013

Sezioni:

  • TRASPARENZA E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
  • MONITORAGGIO, PARTECIPAZIONE, SOLIDARIETÀ
  • TRASPARENZA NEL SISTEMA UNIVERSITARIO NAZIONALE
  • CHE FARE?


Perché questo Manifesto?


Viviamo una fase storica caratterizzata da una profonda sfiducia nelle istituzioni e nello stato, mentre mafie, corruzione e opacità si insinuano negli spazi della democrazia per decostruire i valori di eguaglianza e solidarietà fondanti di una società giusta. In un tempo in cui questa sfiducia viene accompagnata da un sovraccarico delle informazioni provenienti dal mondo digitale, diventa imperativo affrontare il problema dell’accessibilità all’informazione e della tutela che lo stato deve rappresentare affinché l’esercizio del processo democratico non sia minacciato da ombre e abusi di potere. Le università, il cui ruolo nella società è proprio quello di condividere e diffondere il Sapere come bene comune, devono necessariamente avere un ruolo nella formazione e nel rispetto di una gestione trasparente della pubblica amministrazione. 

Con questo Manifesto vogliamo aprire un dibattito nelle comunità accademiche, non per limitarci a denunciare, ma per informare, sensibilizzare e agire. Informare delle possibilità concrete che già oggi ci offre la democrazia per tutelare collettivamente la gestione dei beni comuni, materiali e immateriali, come quello dell’università. Sensibilizzare sull’importanza di costruire reti di solidarietà e monitoraggio perché la partecipazione è un atto di cura verso la nostra stessa comunità. Agire per affermare senza alcuna ombra di dubbio che l’università è “di tutti” e non “di qualcuno”. 

Questo testo, radicato nelle pratiche dell’antimafia sociale e della democrazia partecipativa, si rivolge a studentesse e studenti, personale tecnico-amministrativo, dottorandi, ricercatrici e ricercatori, docenti, organi competenti, strutture sindacali e associative: la trasparenza è un compito comune.



TRASPARENZA E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

“La trasparenza non è un favore che le istituzioni concedono, è un diritto delle persone e un dovere di chi esercita il potere.”
1.1 Che cos’è la trasparenza oggi
Nel linguaggio delle leggi italiane, la trasparenza è l’“accessibilità totale” dei dati e dei documenti detenuti dalla pubblica amministrazione. Non è un ornamento, non è una gentile concessione: è la condizione che permette a chiunque di vedere che cosa viene deciso, come vengono spesi i soldi pubblici, quali criteri guidano scelte che incidono sulle nostre vite.
Quando parliamo di trasparenza, però, non ci riferiamo soltanto a un obbligo di pubblicare documenti su un sito web. Parliamo di un rapporto di forza.
In una società attraversata da disuguaglianze economiche, sociali e culturali, chi controlla l’informazione ha più potere di chi ne è escluso. La trasparenza, se è reale, spezza almeno in parte questa asimmetria: rende visibili decisioni e flussi di risorse che altrimenti resterebbero nella disponibilità di pochi.

Trasparenza significa poter rispondere in modo chiaro ad alcune domande semplici: chi sta decidendo, e in nome di chi? con quali soldi, con quali criteri, con quali interessi in gioco? chi viene favorito, chi viene escluso, chi paga i costi di una scelta?
1.2 Oltre l’adempimento burocratico, verso l’accessibilità del bene comune
Negli ultimi anni si è affermata l’idea che le amministrazioni debbano rendere pubblici i propri atti e aprirsi alle richieste di accesso. Ma troppo spesso questa conquista viene svuotata, trasformandola in un rituale burocratico: un elenco infinito di file accumulati senza logica né cura, oppure un tema “per addetti ai lavori”, confinato negli uffici legali. In questa prospettiva, la trasparenza diventa un compito amministrativo da sbrigare nel modo più rapido possibile: basta che gli obblighi formali siano stati formalmente rispettati, non importa se qualcuno li userà davvero. Eppure, l’obiettivo iniziale da cui si è partiti è proprio quello della condivisione con l’esterno.

Una persona con disabilità visiva che non può usare uno screen reader su un PDF non taggato, una studentessa che non ha gli strumenti per interpretare un bilancio, un lavoratore che non ha tempo per districarsi tra decine di atti: tutte queste persone, in teoria, hanno accesso ai dati; in pratica, ne restano fuori.
Quando parliamo di trasparenza, quindi, parliamo anche di accessibilità:
tecnica: formati aperti, dati leggibili da tutti i dispositivi, siti conformi agli standard di accessibilità;
linguistica: spiegazioni chiare, contesti, glossari, sintesi, traduzioni dove necessario;
sociale: tempi e modalità che non escludano chi lavora, chi studia, chi non ha competenze giuridiche o informatiche.

Una trasparenza che permetta anche a chi non è esperta/o di contabilità, di diritto amministrativo o di informatica di capire come funzionano le istituzioni.
Questo non significa rinunciare alla complessità, ma condividerla: spiegare, formare, affiancare agli strumenti tecnici spazi di confronto, momenti di educazione popolare, percorsi di alfabetizzazione ai diritti.
La trasparenza ha senso solo se produce effetti: se cambia il modo in cui le persone guardano alle istituzioni, se apre spazi di discussione reale sulle scelte pubbliche, se rende più difficile nascondere favoritismi, sprechi, opacità.
Non basta adempiere alla norma, bisogna prendere sul serio il suo spirito. Non basta dire “è tutto online”, bisogna chiedersi: “chi riuscirà davvero a capirlo e a usarlo?”.
1.3 Trasparenza, anticorruzione ed etica pubblica
In una democrazia degna di questo nome, le decisioni pubbliche sono legittime solo se possono essere discusse, contestate, cambiate. Perché questo avvenga, l’informazione non può essere un privilegio: deve essere un bene comune.
La trasparenza è la condizione minima perché la democrazia non si riduca al momento del voto o alla delega passiva.
Se non sappiamo come vengono scelti i rettori, come vengono nominati i direttori generali, come vengono banditi gli appalti, come vengono distribuiti i fondi di ricerca, come sono composte le commissioni, allora la nostra partecipazione è finta, puramente simbolica. Chi ha accesso ai dati e alle informazioni sugli appalti, sui bilanci, sulle decisioni strategiche può organizzarsi e immaginare un uso diverso delle risorse. Chi ne è escluso, subisce. 

Per questo, per noi, la trasparenza non è un tema tecnico: è uno strumento di avanzamento democratico. È la materia prima con cui costruire alternative e contrastare gli abusi di potere.
La trasparenza è uno degli strumenti più efficaci per prevenire corruzione, nepotismo, connivenze con poteri criminali. Rendere visibile l’uso delle risorse e la catena delle decisioni rende più difficile truccare le carte, spartire incarichi, pilotare concorsi. La trasparenza serve a mettere in luce le disuguaglianze prodotte da scelte apparentemente “neutrali”; a mostrare chi viene sistematicamente danneggiato o ignorato; a far emergere le “zone grigie” dove pratiche formalmente legali generano comunque ingiustizia.
Combattere le nuove mafie che emergono significa contrastare il potere per interesse personale o di gruppo, riconoscere che ogni scelta amministrativa ha un impatto sulle vite, sulle condizioni materiali, sulla dignità delle persone e accettare di rendere conto di quel che si fa, nei tempi e nei modi comprensibili a chi ne subisce gli effetti. 

La trasparenza è la condizione perché l’etica pubblica non resti uno slogan. Con la trasparenza, i codici etici possono essere misurati sul reale: si possono confrontare principi e pratiche, dichiarazioni e dati, promesse e bilanci. Per questo, sono indissolubilmente legati insieme trasparenza e anticorruzione: la prima è l’ambiente vitale in cui la seconda può funzionare.


MONITORAGGIO, PARTECIPAZIONE, SOLIDARIETÀ


“I diritti che non si usano si atrofizzano. La trasparenza, se nessuno la esercita, resta una promessa vuota.”
2.1  Il monitoraggio civico come pratica democratica
Nessuna legge, da sola, ha mai cambiato il mondo.
Vale anche per la trasparenza: possiamo avere il miglior quadro normativo possibile, ma se nessuno lo usa, lo conosce, lo pretende, rimane un guscio. Oggi le amministrazioni sono tenute a pubblicare dati, documenti, informazioni. Esistono strumenti per chiedere ciò che non viene pubblicato, per segnalare omissioni, per contestare decisioni opache. Ma questi strumenti non si attivano da soli: hanno bisogno di persone e comunità che li facciano vivere.Le istituzioni hanno un ruolo, certo: ci sono uffici preposti, responsabili della prevenzione della corruzione, organismi di valutazione. Se però il controllo resta confinato in queste stanze, la trasparenza si riduce a un confronto tra pochi addetti ai lavori.

Perché la trasparenza sia davvero uno strumento di libertà, deve diventare pratica sociale, abitudine condivisa, riflesso collettivo.

Monitorare non significa “mettere sotto accusa” per principio. Monitorare significa prendersi sul serio come persone di una comunità: se le decisioni vengono prese con risorse che appartengono a tutte e tutti, abbiamo il diritto – e in qualche misura il dovere – di sapere come e perché. Il monitoraggio civico è l’insieme di pratiche con cui gruppi di persone raccolgono dati, li discutono, individuano problemi, criticità, zone d’ombra e infine costruiscono richieste e proposte a partire da quella conoscenza condivisa. Può essere un gruppo di studentesse che analizza come vengono distribuite borse e fondi, un collettivo che monitora gli appalti di un’università o di un Comune, un’associazione che segue la destinazione dei beni confiscati. In tutti questi casi, la logica è la stessa: usare la trasparenza per rimettere in circolo potere, togliendolo all’opacità.

Il monitoraggio civico ha alcune caratteristiche importanti:
è continuo, non episodico: non nasce solo quando esplode uno scandalo;
è pubblico: non è un lavoro “privato”, ma costruisce narrazioni, documenti, momenti di restituzione;
è collettivo: nessuno da solo ha tutte le competenze necessarie; mettere insieme saperi diversi (giuridici, economici, informatici, esperienziali) è la vera forza.
2.2 Solidarietà, protezione reciproca e whistleblowing
C’è una forma particolare di monitoraggio che mette in gioco, più di altre, i corpi e le vite delle persone: il whistleblowing, la segnalazione di illeciti, abusi, irregolarità di cui si è venuti a conoscenza nel proprio lavoro o nella propria esperienza istituzionale. 
Chi segnala spesso non lo fa da una posizione di forza: è una persona che vede qualcosa che non funziona, magari dentro la propria struttura, tra colleghi, superiori, in un ambiente dove le gerarchie sono forti e il ricatto è possibile. Non è difficile capire perché chi vede preferisca tacere: paura di ritorsioni, isolamento, perdita di opportunità, stigma.

Eppure, il whistleblowing non è delazione, non è tradimento: è un atto di cura verso la comunità. È dire: “non accetto che l’interesse di pochi passi sopra i diritti di tutte e tutti”; è rompere la normalità di pratiche scorrette che vengono spesso liquidate con un “si è sempre fatto così”. 
Se vogliamo che questo gesto sia possibile, però, non basta prevedere un canale anonimo o una procedura tecnica. 
Il whistleblowing, inserito in una cultura di trasparenza e di monitoraggio dal basso, diventa un pezzo fondamentale di una comunità che si protegge a vicenda.
Permette di far emergere non solo il caso eclatante, ma quella corruzione quotidiana, diffusa, normalizzata che logora le istituzioni dall’interno.

Servono tre condizioni:

tutele reali: norme chiare, canali sicuri, protezione contro le ritorsioni, possibilità di rivolgersi a soggetti terzi se l’istituzione non è affidabile;
una cultura che non colpevolizza chi segnala: smontare l’idea del “lavare i panni sporchi in casa”, riconoscere pubblicamente il valore di chi si espone;
una rete di solidarietà: associazioni, collettivi, sindacati, gruppi di supporto che accompagnino chi segnala, prima e dopo, sul piano umano e politico.


2.3 Comunità che si prendono cura di sé
Quando parliamo di monitoraggio, partecipazione, solidarietà, stiamo parlando di un certo modo di intendere la comunità: non come somma di individui in competizione, ma come insieme di persone che condividono responsabilità, rischi, possibilità.

Nelle istituzioni – e ancora di più negli atenei – questa idea è spesso soffocata: la retorica della meritocrazia, della carriera individuale, della competizione per risorse scarse spinge a vedere l’altra persona come competitor, non come alleata.
Lavorare sulla trasparenza significa anche invertire questa logica:
se io leggo un bilancio o un bando, non lo faccio solo per me, ma anche per chi non ha tempo o strumenti per farlo;
se io presento una richiesta di accesso civico, posso decidere di condividere la risposta con altre persone, con la stampa, con le associazioni;
se io vedo un abuso e lo segnalo, ho bisogno che qualcun altro mi creda, mi sostenga, mi stia accanto.

Negli anni, il percorso di Libera ha provato a dare forma concreta a questa idea di comunità che si prende cura di sé.
Le riflessioni e le inchieste di lavialibera hanno insistito su un punto semplice e radicale: non basta pubblicare, serve monitoraggio civico. Non è sufficiente che i dati siano online; occorre che persone e gruppi li leggano, li discutano, li usino per chiedere conto.

La campagna “Esame da superare: trasparenza” nelle università è stato un primo esempio di questo lavoro sull’università: una mappatura che ha chiaramente esplicitato un’assenza pressochè totale di interesse – o addirittura di consapevolezza – dell’esistenza degli strumenti della legge sulla trasparenza. È stato un modo per dire che anche l’università può e deve essere oggetto di monitoraggio civico, non solo di fiducia astratta.

Sul terreno del whistleblowing, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi concreti che mostrano come la protezione di chi segnala possa diventare un impegno condiviso tra istituzioni e società civile. Il servizio “Linea Libera” di Libera – un numero verde gratuito e riservato – offre ascolto e orientamento a chi assiste a condotte corruttive, di cattiva amministrazione o di stampo mafioso e sta valutando se segnalare o denunciare. Con il protocollo d’intesa sottoscritto con ANAC, questo sportello è stato riconosciuto come servizio formale di supporto ai potenziali whistleblower: un punto di contatto che accompagna le persone, le aiuta a capire i propri diritti, le mette in relazione con i canali istituzionali di segnalazione e con percorsi di educazione alla legalità democratica.

A livello europeo, il progetto “Open the Whistle” – di cui Libera è partner per l’Italia insieme ad autorità nazionali e organizzazioni della società civile di altri Paesi – lavora proprio per proteggere i e le segnalanti attraverso la trasparenza, la cooperazione e le strategie di open government. Manuali, toolkit, campagne pubbliche e reti tra enti pubblici, università e associazioni servono a dire che la segnalazione non è un gesto isolato, ma può essere sostenuta da un’infrastruttura collettiva di cura e responsabilità.

Strumenti come Linea Libera e Open the Whistle mostrano che l’allargamento della trasparenza alla collettività è già possibile: mettono in connessione le istituzioni di garanzia, le realtà sociali e chi vive quotidianamente le amministrazioni, comprese quelle universitarie, costruendo le condizioni perché chi decide di rompere il silenzio non lo faccia mai da solo o da sola.




TRASPARENZA NEL SISTEMA UNIVERSITARIO NAZIONALE


“Se l’università è un luogo in cui si produce sapere, deve anche essere un luogo in cui si impara a pretendere luce sulle decisioni e sulle responsabilità.”
3.1 Gli atenei sono pubbliche amministrazioni, non isole
Le università non sono mondi a parte sospesi fuori dalla realtà sociale. 
Sono enti pubblici che gestiscono enormi quantità di risorse economiche, immobili, appalti, assunzioni, borse di studio, fondi di ricerca, progetti con imprese e istituzioni.

Questo significa che gli atenei, come ogni altra amministrazione pubblica, sono soggetti agli stessi obblighi di trasparenza e di prevenzione della corruzione e sono attraversati dagli stessi rischi: favoritismi, concentrazione di potere, gestione opaca di fondi e spazi, rapporti ambigui con interessi esterni.

Per questo il quadro normativo le tratta, a tutti gli effetti, come pubbliche amministrazioni:
il decreto legislativo 33/2013 impone anche agli atenei una sezione obbligatoria “Amministrazione Trasparente” sui siti istituzionali, con una struttura standard (disposizioni generali, organizzazione, personale, bandi, appalti, bilanci, sovvenzioni, ecc.).
ogni università deve adottare un Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (oggi inglobato o coordinato con il PIAO), sul modello del PTPCT del Ministero dell’Università e della Ricerca 2021–2023, che individua i processi a rischio e le misure di trasparenza da mettere in campo.
il Ministero e l’ANAC hanno sottoscritto uno specifico Accordo sulla trasparenza nel reclutamento universitario, con un tavolo tecnico dedicato ad aggiornare le linee guida contro nepotismo e corruzione nella scelta di docenti e ricercatori.

Cosa li rende tuttavia un’istituzione pubblica particolare? Al loro interno vivono comunità ricche di competenze, curiosità, voglia di studiare e di cambiare. Eppure, troppo spesso, la vita amministrativa degli atenei è percepita come un mondo distante: “cose da segreteria”, “roba da uffici”, questioni che non riguardano chi studia o chi lavora nei dipartimenti, se non quando arriva un bando o una graduatoria.

Bisogna partire da un’idea diversa: la trasparenza negli atenei è questione di democrazia interna.


Riguarda le condizioni di chi studia e lavora, il modo in cui si recluta, si finanzia la ricerca, si organizzano i servizi, si usano gli spazi.
Per questo non ci basta dire che le università adempiono agli obblighi di legge: vogliamo chiederci insieme come li adempiono, chi ne beneficia, chi ne è escluso e che cosa possiamo fare per cambiare.

3.2 Informare: conoscere diritti e strumenti
Prima di tutto è doveroso chiedersi: quante persone, dentro gli atenei, sanno davvero che cosa esiste già in tema di trasparenza?

Molti non hanno mai sentito parlare di:
“Amministrazione Trasparente”: la sezione obbligatoria dei siti di ateneo dove dovrebbero trovarsi bilanci, appalti, incarichi, sovvenzioni, organigrammi, regolamenti;
accesso civico: la possibilità per chiunque di chiedere dati e documenti non pubblicati o pubblicati male;
PIAO (Piano Integrato di Attività e Organizzazione): il documento in cui l’ateneo dovrebbe dire come affronta rischi corruttivi e obblighi di trasparenza;
Responsabile per la Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) e organismi di valutazione;
canali di whistleblowing: piattaforme o procedure con cui è possibile segnalare illeciti, abusi, irregolarità.

Questa ignoranza non è colpa individuale: è il risultato di una scelta implicita, spesso comoda, di lasciare questi temi chiusi negli uffici.
Dunque, è necessario informare, cioè portare questi strumenti fuori dagli armadi, dentro le aule, nelle assemblee, nei corridoi.
Bisogna costruire materiali semplici – guide, infografiche, faq – che spieghino in linguaggio chiaro cosa si può fare oggi con gli strumenti esistenti; aprire sportelli e momenti di confronto condivisi fra associazioni e singoli individui in cui imparare insieme a usare accesso civico, AT, canali di segnalazione; promuovere lezioni aperte, seminari, workshop su trasparenza e anticorruzione, inserendoli nelle attività didattiche e culturali degli atenei.

Informare non è un passaggio neutro: è il primo atto per spostare potere, per trasformare diritti scritti in pratica diffusa.
3.3 Sensibilizzare: cambiare la cultura interna
Sapere che qualcosa esiste non basta.
Possiamo conoscere benissimo la mappa degli strumenti disponibili e continuare a non usarli, perché l’ambiente in cui viviamo manda messaggi opposti: “non ti mettere in mezzo”, “non conviene”, “non serve a niente”, “ti farai solo dei nemici”.
Negli atenei questa cultura prende la forma della normalizzazione di piccoli e grandi favoritismi (“è sempre stato così”) o l’idea che certi argomenti non si tocchino per non mettere in imbarazzo chi comanda: la rassegnazione di chi è precario, fuori ruolo, marginalizzato, convinto che esporsi voglia dire farsi del male.

Sensibilizzare significa mettere in crisi questa normalità. 
Vuol dire dare nomi chiari alle pratiche scorrette – nepotismi, clientelismi, discriminazioni, conflitti di interesse – e dire che non sono inevitabili.
Vuol dire raccontare che cosa succede quando mancano trasparenza e controlli: sprechi di risorse, carriere bloccate, spazi consegnati a interessi forti e ovviamente si allontanano le persone che vorrebbero vivere un’università migliore.
Vuol dire mostrare esempi positivi, esperienze in cui l’uso della trasparenza ha permesso di migliorare decisioni, fermare abusi, ottenere giustizia.
3.4 Agire: spazi e pratiche da trasformare
Le regole degli atenei vengono scritte e applicate in luoghi precisi: senati accademici, consigli di amministrazione, consigli di dipartimento, commissioni etiche, organi di valutazione, comitati di selezione per concorsi e bandi.
Questi spazi sono distanti, chiusi, tecnici con linguaggio specialistico, documenti poco accessibili, procedure pensate per chi è già dentro le cerchie decisionali.
Per cambiare le cose non basta osservare dall’esterno: dobbiamo aprire e trasformare questi spazi.
Bisogna prevedere momenti regolari di rendicontazione pubblica su bilanci, appalti, uso dei fondi e questo potrebbe essere possibile sostenendo commissioni per la trasparenza e l’integrità con una composizione plurale, in cui siano presenti studentesse e studenti, personale tecnico-amministrativo, ricercatrici e ricercatori, oltre alle figure apicali.
Accanto agli spazi formali, servono spazi informali ma stabili che inizino a monitorare l’effettiva applicazione della legge sulla trasparenza, quindi che si rendano accessibili e consultabili – in formati aperti e con linguaggio comprensibile – le deliberazioni degli organi di governo, i regolamenti, le linee di indirizzo. 
Partecipare significa anche questo: non limitarsi a chiedere più dati, ma rivendicare il diritto di stare nei luoghi in cui quei dati si trasformano in decisioni.



CHE FARE?


Una chiamata alla responsabilità collettiva
La trasparenza negli atenei è il terreno su cui si decide se accettare passivamente l’opacità o se rivendicare il diritto di vedere, capire, intervenire.
Trasparenza come conflitto e come cura
La trasparenza non è mai neutra: sposta potere, rompe opacità, mette in discussione assetti consolidati. Per questo incontra resistenze.
Proprio per questo è anche una forma di cura collettiva: prendersi sul serio come comunità che non delega, ma pretende di vedere, capire, intervenire.

Un Manifesto aperto
Questo Manifesto non è una verità chiusa: è un testo aperto, da discutere, correggere, arricchire nelle assemblee, nei corridoi, nelle aule e fuori dall’università. Invitiamo associazioni, collettivi, docenti, studentesse e studenti a sottoscriverlo, ma anche a modificarlo, a farlo proprio, a usarlo come base per piattaforme e rivendicazioni locali.

La campagna Libera–LINK sul whistleblowing negli atenei
Non ci interessa una bella dichiarazione di principi destinata a un cassetto. Ci interessa un percorso: monitoraggio, campagne, proposte di riforma, avanzamento democratico. 
Questo testo non è un punto d’arrivo ma l’inizio di una campagna: vogliamo monitorare come gli atenei stanno implementando i canali di whistleblowing e le tutele per chi segnala.
Questo Manifesto termina con una promessa reciproca: non smettere di guardare dentro l’università, perché da qui passa anche la qualità della nostra democrazia fuori. Facciamo  Rete, accendiamo le Luci sulle Mafie.

Un testo promosso da “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e “LINK – Coordinamento Universitario”, per la trasparenza e la partecipazione democratica negli atenei.