Programma CNSU 2025
Per un altra università
Indice
1. Diritto allo Studio
Studiare all’università deve essere un diritto umano, garantito e disponibile per chiunque lo desideri. Questo perché l’università non può continuare ad essere un sistema aziendalizzato e basato sull’individualismo, ma deve essere un luogo di formazione culturale della persona e delle comunità future, che permetta ed incoraggi il progresso socio-culturale, economico, ambientale e tecnologico. E luoghi come questi che immaginiamo e che vogliamo realizzare devono essere per loro natura accessibili ad ogni soggettività, senza alcun tipo di discriminazione.
In questo momento storico però, la visione di Università come luogo comune di formazione accessibile è compromesso non solo dalle ultime riforme che hanno trasformato questi luoghi in delle aziende funzionali unicamente alla società attuale, ma è anche sotto attacco presente e costante del governo attuale, che vuole eliminare ogni rimanenza di libera espressione nei luoghi della cultura, rendere strutturale il precariato e spingere fuori da questo sistema le categorie sociali “indesiderate”.
Di fronte ad un attacco di questo tipo, che vuole rafforzare ancora di più il carattere elitario del sistema economico presente sotto il falso nome della “meritocrazia” crediamo sia importante ribadire che quello che vogliamo non è questo, ma un’Altra Università, per tuttɜ!
– Borse di studio
Le università, per quanto “pubbliche”, richiedono costi esorbitanti e le borse di studio sono l’unico mezzo che molte persone hanno per poter studiare. Di per sé sono uno strumento insufficiente: erogate principalmente su base meritocratica, le differenze regionali non garantiscono che coprano effettivamente tutte le spese della vita da studentə e le tempistiche di erogazione spesso costringono comunque a dover trovare altre soluzioni per sopravvivere.
Come se ciò non bastasse, non siamo ancora riuscitɜ a superare la figura dell’”idoneo non beneficiario” e migliaia di persone ogni anno non ricevono la borsa di studio a cui avrebbero diritto. La risposta? Ulteriori tagli che, sommati all’aumento costante del costo della vita, non faranno che peggiorare la situazione.
Le nostre proposte:
Vogliamo la copertura totale delle borse di studio e l’abolizione dei criteri di merito per ottenerle: il nostro diritto allo studio non può dipendere da quanti CFU conseguiamo in un anno.
Vogliamo che le borse di studio arrivino allɜ studentɜ in tempo per l’inizio di ogni anno accademico e che non siano un semplice rimborso spese ma un supporto reale per chi deve trovare una casa, acquistare materiale didattico e mantenersi.
Vogliamo un unico bando nazionale per le borse di studio che garantisca il giusto supporto a tuttɜ lɜ studentɜ, non che dipenda dalla ricchezza della regione di riferimento.
– Alloggi
Le residenze universitarie dovrebbero garantire allɜ studentɜ tariffe agevolate e una facilitazione nella ricerca di un alloggio, fondamentali per molte persone che devono cambiare città per studiare e non possono permettersi affitti in continuo aumento. In Italia la situazione varia molto da regione a regione, di queste sono solo poche ad avere un numero di posti vicino a soddisfare il numero di richieste; negli ultimi anni l’aumento della richiesta di posti letto non ha portato a un aumento degli spazi disponibili.
Inoltre i fondi del PNRR sono stati investiti in residenze universitarie lasciate in mano a proprietari privati, che non garantiscono prezzi agevolati, rendendo questo l’ennesimo ambito di speculazione economica sulle spalle dellɜ studentɜ più poverɜ.
Come organizzazione ci stiamo impegnando a costruire una mappatura dei posti letto disponibili nelle residenze accompagnata dal numero di richieste che vengono presentate ogni anno per poter costruire proposte per ogni territorio per sfruttare edifici inutilizzati o ottimizzare le strutture già esistenti.
Le nostre proposte:
Vogliamo più residenze universitarie, perché possiamo rispondere alle reali esigenze della comunità studentesca.
Vogliamo che il governo effettui una mappatura di tutti gli immobili sfitti, che sia pubblica e che determini la destinazione d’uso di tali immobili per studentati gestiti e calmierati dagli enti pubblici.
– Reddito di formazione
Quando pensiamo al diritto allo studio pensiamo esclusivamente alle borse di studio e alle residenze come misure messe a disposizione dallo stato e dalle regioni per permettere allɜ studentɜ di accedere alle università. Come vediamo ogni giorno però, i servizi di diritto allo studio non sono sempre bastevoli: tra graduatorie di merito ed economiche, residenze inesistenti, idonei non beneficiari, molte persone vengono tagliate fuori dal diritto allo studio universitario. Ma perché fermarsi al solo diritto allo studio come aiuto alle famiglie quando in molti altri paesi esistono misure di welfare che permettono alla persona di emanciparsi dalla propria condizione familiare ed economica e che consentono di scegliere il proprio percorso di studio e di vita sulla base dei propri desideri. Il reddito di formazione è questo: una misura di welfare studentesco che con una somma di denaro messa a disposizione della singola persona con cui si possano coprire le spese per lo studio, l’alloggio e il vivere durante il proprio percorso di formazione. Garantire il diritto allo studio non significa usare misure tappabuchi basate su graduatorie di accesso per permettere a pochi di accedere al percorso accademico, significa permettere a tuttɜ di poter scegliere la propria università, il luogo in cui svolgere i propri studi e dare la possibilità di non pesare sul proprio nucleo familiare o di dover lavorare e studiare: vogliamo il reddito di formazione per tuttɜ!
– Benessere psicologico
Quella di “benessere psicologico” è una categoria tanto usata nel dibattito universitario, ma in modo spesso manchevole. Anzitutto parlare di benessere psicologico in un’università basata sulla meritocrazia e sul rispetto di tempistiche standard non è possibile: fanno scalpore le notizie di suicidi di studentɜ che hanno ceduto alle innumerevoli pressioni cui vengono sottopostɜ ogni giorno, e poi ci si ferma lì, non si parla di tutte le circostanze di cui la morte è solo l’apice. Lo stigma che circonda le persone fuoricorso, viste come pigre e perditempo; la pressione che preme su chi fuoricorso ancora non è, ma ha il terrore di diventarlo; l’assoluta cecità dell’ambiente universitario nei confronti non solo di chi non ha i mezzi materiali per performare al meglio, ma anche i mezzi psicologici, psicofisici e fisici per poterlo fare.
Le nostre proposte:
Vogliamo misure di contrasto serie: abolire l’innalzamento delle tasse per lɜ studentɜ fuoricorso; l’istituzione di una sessione perenne in tutte le università, non tuttɜ riescono a dare più esami in pochi mesi, non tuttɜ in quei mesi di sessione hanno possibilità di salute fisica o mentale per poter dare esami; l’abolizione di un sistema di valutazione meritocratica per gli esami; l’istituzione di sportelli psicologici in ogni università, che siano gratuiti e accessibili a tuttɜ. Crediamo inoltre siano fondamentali strumenti come gruppi di mutuo aiuto, creati da studentɜ per studentɜ, con lo scopo di creare spazi sicuri negli atenei, che devono essere sostenuti dagli atenei.
Vogliamo la decostruzione di questo sistema basato su meritocrazia e performatività, così che chi attraversa i luoghi universitari possa farlo liberamente e secondo i propri tempi, senza subire pressioni di una società che richiede produttività ed efficienza secondo modelli capitalistici. Decostruzione che deve avvenire stesso all’intero dell’università e debba partire da noi, dalla didattica e da chiunque attraversi l’università, sia studentɜ che professorɜ.Vogliamo un’università che metta al centro la cura dellə studentə, che sia veramente luogo tutelante e safer per ogni soggettività.
– Competizione e merito
Si parla di diritto allo studio, ma è davvero un diritto se bisogna guadagnarselo?
Il sistema universitario, palestra della società liberale in cui viviamo, è pregno di una logica meritocratica e competitiva che ci sta uccidendo. Dobbiamo lottare tra di noi prima ancora di mettere piede nelle aule, per prenderci quei pochi posti che ci sono nei corsi. Lɜ docenti non mancano di ricordarci che dobbiamo performare, che dobbiamo laurearci “in tempo”, che quello che conta è il percorso però se la tua media è sotto il 25 dovresti lavorarci.
Oltre all’impatto sulla nostra salute mentale, questi costrutti si riflettono nella struttura stessa delle università: per accedere a qualsiasi agevolazione dobbiamo maturare un certo numero di crediti o mantenere una certa media, se vogliamo continuare il nostro percorso accademico dobbiamo sperare di avere voti più alti, o trovare un piano b.
Il risultato è quello di isolarci, farci vedere lɜ altrɜ come avversarɜ e non come compagnɜ, e metterci talmente tanta pressione da venirne schiacciatɜ. Nel migliore dei casi, saremo troppo impegnatɜ a dare esami per notare e far notare i problemi strutturali dell’università, rendendola un luogo sempre più depoliticizzato. Nel peggiore dei casi, ci rimettiamo la vita. L’obiettivo degli anni passati all’università dovrebbe essere quello di imparare, conoscere persone e idee nuove, crescere come esseri umani e non come macchine produttrici di ricchezza per chi sta sopra di noi.
Le nostre proposte:
Vogliamo l’abolizione di tutte le misure che riflettono la competitività intrinseca del sistema universitario: “punti velocità” per chi si laurea prima, tasse maggiorate per studentɜ fuoricorso, borse di studio che premiano le “eccellenze”.
Vogliamo l’abolizione di tutti i criteri di merito per accedere a borse di studio, agevolazioni sulle tasse universitarie e alloggi.Vogliamo che gli spazi del sapere si liberino dalla meritocrazia e dalla competizione per essere luoghi liberati in cui possano fiorire scambi e confronti al fine di maturare e migliorare noi stessɜ e la società in cui viviamo.
– Accesso all’insegnamento e 60 CFU
La Riforma Bianchi ha profondamente modificato il sistema di reclutamento dellɜ docenti, portando a numerose incertezze e disagi per lɜ aspiranti insegnanti.
L’attuale sistema di abilitazione, articolato su percorsi da 30, 36 e 60 CFU, è totalmente autofinanziato e grava su studentɜ e precariɜ con costi fino a 2.500 euro, rendendolo pertanto inaccessibile a moltз. In più, la mancanza di finanziamenti ministeriali favorisce le università private, mentre quelle pubbliche restano indietro. Con 19.000 cattedre vuote e 250.000 precariɜ, questa riforma contribuisce unicamente a inasprire la crisi del comparto scuola.
In primo luogo, per conseguire l’abilitazione è presente un doppio sbarramento all’accesso. La selezione per accedere ai corsi è seguita da una prova finale dal costo di 150 euro e, solo dopo aver sostenuto e superato il concorso, si può accedere alla professione. Chiunque desideri abilitarsi in più classi deve ripetere il percorso in forma ridotta (30 CFU) al costo di 2.000 euro.
In molti Atenei, specialmente nel Sud Italia, non tutte le classi di concorso sono attivate, costringendo studentɜ e precariɜ a spostarsi, affrontando dunque ulteriori spese legate al pendolarismo e all’essere fuorisede. A ciò si aggiunge il rischio rappresentato dall’Autonomia Differenziata, che potrebbe introdurre criteri di residenza nei concorsi, esacerbando le disparità regionali.
Infine, molte classi di concorso umanistiche tacciono, riflettendo una logica produttivista che ignora la centralità delle discipline culturali nella formazione scolastica.
Le nostre proposte:
Attraverso l’impegno che intendiamo portare avanti in CNSU, chiediamo:
- Finanziamenti ministeriali strutturali per rendere completamente gratuiti i percorsi abilitanti;
- Più trasparenza nella distribuzione dei fondi agli Atenei pubblici;
- Integrazione dei percorsi di abilitazione nei piani di studio dei corsi di laurea, riconoscendo i CFU già acquisiti durante attività formative pregresse;
Superamento delle disparità territoriali, garantendo un’offerta uniforme di tutte le classi di concorso su base nazionale.
– Carriere alias
L’attivazione di una carriera alias nelle università italiane, al giorno d’oggi, è regolata in modo disomogeneo, in quanto la possibilità di adottare un nome diverso da quello anagrafico per le persone trans* dipende dalle singole politiche adottate dai diversi atenei. Ogni università stabilisce i requisiti necessari per l’attivazione di questa carriera, senza un programma uniforme a livello nazionale. Inoltre, l’accesso alla carriera alias dovrebbe essere garantito a chiunque senta la necessità di utilizzarla, senza che sia obbligatorio fornire una diagnosi certificata da uno specialista. Purtroppo, in molti atenei è ancora richiesta una certificazione di psicoterapeuta, psichiatra o medico che attesti la disforia di genere o la necessità di un trattamento ormonale. Questo vincolo limita l’accesso a questo strumento fondamentale per l’autodeterminazione della persona a chi ha percorso o sta intraprendendo un trattamento medico o psicologico formale, senza considerare che non tutte le soggettività trans* vogliono, o possono, accedere a tali percorsi.
Un altro aspetto critico riguarda la possibilità di non doversi riconoscere in un genere binario al momento dell’attivazione della carriera alias. In molte università, infatti, la certificazione per l’attivazione della carriera alias implica che la persona dichiari il proprio genere, spesso costringendo le persone non binarie a rispondere a una domanda che non corrisponde alla loro identità.
Infine, il processo di attivazione della carriera alias dovrebbe essere rapido e non ostacolato da lungaggini burocratiche. Sarebbe ideale poter attivare il percorso alias già al momento della preimmatricolazione, per evitare esperienze di misgendering, deadnaming e, in alcuni casi, di vera e propria transfobia, con tutte le difficoltà emotive e psicologiche che ne derivano.
Le nostre proposte:
Link Coordinamento Universitario porta avanti un’idea di Università diversa, realmente accessibile e attraversabile da tutte le soggettività, per questo vogliamo che le Università si adoperino per garantire l’accesso alla carriera alias non medicalizzata, senza quindi la necessità di presentare alcun tipo di certificazione medica, che consenta a chiunque ne abbia bisogno di scegliere il nome e i pronomi con cui essere identificatə, compresi i pronomi neutri, sin dalla pre-immatricolazione in modo tale da evitare misgendering e deadnaming. Infine, è necessario creare o potenziare i servizi di supporto come Centri Anti-Violenza e Consultori anche tramite organi fondamentali come i CUG, che devono impegnarsi anche nella formazione e sensibilizzazione sul tema della comunità accademica tutta.
– Salute sessuo-affettiva
La formazione sul tema della salute sessuo-affettiva è ancora estremamente carente nelle scuole, dove dovrebbe essere un argomento cardine per una formazione completa e sicura alla sessualità, all’affettività, al consenso. L’Università che vogliamo costruire è un’Università accessibile e sicura, un’Università della cura, dove non sussistono violenze e discriminazioni e dove il personale è formato a trattare tematiche come l’educazione al consenso e alla salute.
Tra le varie tematiche affrontabili in Università per renderla uno spazio più accessibile, in cui tutte le soggettività si sentono sicure e tutelate nel viverli ogni giorno, troviamo il tema degli assorbenti, un bene di prima necessità che è ancora poco accessibile a livello economico e che viene spesso trattato come un taboo. La salute sessuo-affettiva nelle scuole e nelle Università passa anche dal fornire tutte le necessità che la comunità studentesca, e non solo, può avere giornalmente vivendo gli spazi della formazione. Vogliamo distributori di assorbenti gratuiti in tutti i bagni delle nostre Università, superando il concetto secondo cui costituiscano una necessità prettamente femminile e il concetto per cui quest’ultima sia spesso un lusso inaccessibile a moltɜ.
2. Didattica e Valutazione
– Didattica
La Didattica dell’Università Italiana è stata soggetta, negli ultimi anni, a numerosi attacchi su tutti i fronti. Dalla progressiva trasformazione dell’università italiana in esamificio dove tutto deve essere realizzato in funzione di criteri produttivisti, all’apertura prepotente verso l’insegnamento telematico come rimedio a carenze strutturali di spazi adeguati e finanziamenti giusti. La ricerca dell’autonomia ordinamentale dei corsi di laurea delle Università statali, l’Erasmus italiano come possibile strumento per sopperire alle carenze degli Atenei italiani, corrispondono ad una visione settoriale, e non generalista, del sapere.
A questo si deve aggiungere la difficilissima situazione finanziaria dell’università pubblica italiana a causa dei pesantissimi tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, i peggiori dal governo Tremonti, e segnanti una pericolosa inversione di tendenza rispetto alle dinamiche dei finanziamenti degli ultimi anni. L’incidenza sempre più pesante che i finanziamenti “su progetto” hanno sulla situazione economica delle Università statali si concretizza in un pesante indirizzo dato alla didattica all’interno dei corsi di studio.
Vediamo anche un progressivo ritorno del blocco del Turn-over e il probabile sforamento, in forza delle dinamiche salariali che coinvolgono il corpo docente, dei vincoli di bilancio per quanto riguarda le spese per il personale. Ci troviamo di fronte ad una fase di forte contrazione del potenziale formativo delle Università che si tradurrà necessariamente nella riduzione dei corsi di laurea, quando non di interi sedi universitarie.
È necessario un importante cambio di passo che riporti al centro del discorso relativo alla didattica la dignità di un sapere libero dalle ingerenze esterne, ma che sappia permetterci di interagire con il mondo e modificare l’esistente, altresì è necessario ribadire il carattere universale e di massa dell’università.
L’approccio che intendiamo avere sulla didattica si caratterizza per un’azione portata avanti su vari livelli.
Le nostre proposte:
Sul piano nazionale rivendichiamo un’idea di Università che torni a considerare la didattica come pilastro imprescindibile, dedicando le giuste risorse sia a livello di strumenti e spazi che a livello di ristrutturazione e aggiornamento dei programmi di studio. Inoltre, è fondamentale considerare anche le risorse di personale necessarie alla didattica, per questo ci opponiamo fermamente al blocco del turn-over. Allo stesso modo riteniamo fondamentale il ritorno di figure di ricerca che siano stabili e a tempo indeterminato in opposizione ad una precarizzazione che incide pesantemente sulla didattica dei corsi di laurea e impedisce strategie di reclutamento sul lungo termine.Sul piano locale un’azione coordinata tra i vari atenei e volta ad eliminare le barriere artificiali create molto spesso al fine di ridurre il numero di studentɜ, in forza di un’idea estremamente elitaria di Università. La progressiva riduzione ed eliminazione delle propedeuticita’, il superamento di istituti quali “il blocco alle consegne” previsto in alcuni Atenei o la limitazione nelle possibilità di accedere agli appelli, un sostanziale ripensamento dell’accessibilità ai corsi di laurea. Il tutto coordinato all’interno di un disegno e di un progetto dal respiro nazionale. Questo ultimo rappresenta un passo necessario al raggiungimento della liberazione dei saperi, giacché saperi liberi non possono essere prodotti da una componente studentesca strutturalmente oppressa.
– ANVUR
L’agenzia Nazionale per la Valutazione dell’università e della Ricerca è un ente di diritto privato che si occupa della valutazione dei nostri Atenei. L’ANVUR è l’organismo alla base di molti dei problemi dell’università italiana in quanto, tramite le sue valutazioni, influisce pesantemente sui finanziamenti delle Università pubbliche. Tali valutazioni vengono attuate sulla base di obiettivi estremamente performativi che vengono posti alle università e che non sono realmente indice di qualità se raggiunti o di scarsa qualità in caso contrario. Questo meccanismo valutativo crea una disparità intrinseca nel sistema secondo cui le Università ritenute più meritevoli ottengono più fondi pubblici, aumentando quindi la differenza tra Università già ricche e Università con criticità e maggiore necessità di fondi.
Come studentɜ siamo fortemente contrarɜ ad un sistema di finanziamento basato su criteri di misurazione spesso puramente quantitativi come il numero di fuoricorso. I finanziamenti alle Università dovrebbero essere distribuiti sulla base delle necessità dei singoli Atenei e non sulla capacità di rispettare criteri performativi e imposti da un ente esterno all’università, criteri che hanno l’unico risultato di disincentivare l’investimento sulla qualità di didattica e ricerca a favore della quantità, assecondando la dinamica aziendalista verso cui l’ANVUR sta portando l’Università.
Riteniamo che il sistema di Valutazione della qualità della ricerca sia completamente inadatto a valutare efficacemente la ricerca portata avanti all’interno dei nostri Atenei. Questo sistema, oltre a contribuire ad alimentare un sistema tossico che si può tradurre con la filosofia del: “pubblica o muori”, non riesce in alcun modo a valutare in modo adeguato una ricerca che si svolga su un periodo di tempo lungo ma finendo per valutare ricerche che riescano a produrre prodotti in tempi brevi.
Le nostre proposte:
Vogliamo che l’ANVUR onori gli impegni presi spostando basando le proprie valutazioni su criteri qualitativi e non quantitativi e bibliometrici, riducendo al minimo la valutazione che rappresenta una fortissima ingerenza sull’indipendenza della componente ricercatrice e docente. La prospettiva deve essere infine quella della progressiva eliminazione dei criteri di valutazione della ricerca. Il sistema AVA ha portato ad una continua burocratizzazione dell’università, consegnando i ruoli politici e la decisionalità politica a operazioni tecniche rivestendo il tutto con un’immagine burocratica. Il sistema AVA, con il passaggio da AVA2 a AVA3 si è espanso, introducendo l’aspetto della valutazione dei corsi di Dottorato e incrementando gli aspetti legati alla valutazione di sede. Crediamo dunque che sia necessario abolire l’ANVUR, tornando ad affrontare le discussioni riguardanti il controllo della qualità all’interno dei nostri Atenei, senza criteri esterni inefficienti.
– Tirocini
Il tirocinio è un momento formativo essenziale per il completamento del percorso accademico, che si dovrebbe porre l’obiettivo di permettere il collegamento tra saperi teorici con la loro dimensione concreta, superando la dicotomia tra “conoscenze” e “competenze” e costruendo le basi per permettere a chiunque di riuscire ad adeguarsi a nuovi ambienti.
I tirocini non possono continuare ad essere forme di sfruttamento mascherate da percorsi di avvicinamento al mondo del lavoro il cui contenuto risulta essere più funzionale all’ente ospitante che al percorso dellə studentə: l’università non deve essere subordinata al mercato del lavoro, deve essere libera e incentrata sulla formazione e sul fornire gli strumenti che permettano l’emancipazione della comunità studentesca.
Le nostre proposte:
Vogliamo tirocini con obiettivi formativi chiari, specifici e costruiti su periodi di tempo di brevedurata, affiancati da osservatori e sistemi di tutoraggio che permettano di mappare e implementare i percorsi avviati: solo in questo modo potranno essere un punto di contatto realmente funzionale tra formazione e lavoro.
– Numero chiuso
Una delle numerose conseguenze del progressivo taglio ai finanziamenti dell’Università pubblica è la necessità di porre dei vincoli alla numerosità del proprio corpo studentesco attraverso lo strumento del numero chiuso in ingresso.
La riduzione dei finanziamenti si evidenzia nella sistematica carenza di spazi che gli Atenei italiani stanno vivendo, dalla difficoltà a garantire una corretta manutenzione degli edifici esistenti all’impossibilità a crearne di nuovi. La carenza di spazi per offrire una didattica adeguata è uno dei principali motivi che vengono dati per l’inserimento di uno sbarramento iniziale. Inoltre, un altro aspetto in cui si risente del calo dei finanziamenti è il rapporto docente-studente, uno dei peggiori in Europa.
Lo strumento del numero chiuso non è però risolutivo, ma si limita ad introdurre un ulteriore sistema meritocratico all’interno dell’Università, che dovrebbe essere il fulcro di un sapere libero ed accessibile che si ponga l’obiettivo dell’emancipazione delle singole attraverso la conoscenza.
Con la nuova riforma di accesso a medicina il numero chiuso non è stato né abolito né ripensato, è stato semplicemente posticipato alla fine del primo anno, creando numerose problematiche tanto ai singoli atenei quanto ai sistemi di diritto allo studio.
Le nostre proposte:
Per questi motivi, come Link Coordinamento Universitario ci impegniamo ad eliminare qualsiasi forma di sbarramento in tutti i corsi universitari, ritenendo che la selezione non debba basarsi su criteri di merito o competizione, ma sull’accesso universale e sull’opportunità per chiunque, a prescindere dallo status di partenza, di costruire il proprio percorso formativo. Per garantire questa visione, chiediamo l’aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario, la principale fonte di sostentamento dell’Università pubblica, per poter offrire un percorso formativo didattico adeguato a chiunque, senza necessità di sbarramenti in ingresso. Inoltre, chiediamo l’abolizione del blocco del turn-over, che ha portato all’introduzione del numero programmato in molti corsi a causa della carenza di personale docente. L’università deve essere inclusiva e accessibile a chiunque desideri formarsi.
– Antiabilismo e Neurodivergenze
Le nostre università e i luoghi del sapere, così come la società tutta, sono pensate e strutturate per persone abili e neurotipiche. Si parla tanto di accessibilità di questi luoghi ma nel pratico questo dibattito viene meno, o vengono inserite nel discorso solo disabilità fisiche che è possibile vedere, invisibilizzando ogni altra forma di disabilità: le barriere architettoniche sono ovunque ed è spesso impossibile per una persona con disabilità anche solo accedere in università; durante le lezioni è spesso impossibile seguire il labiale dellə docente o riuscire ad ascoltare a causa del numero elevato di persone che si trovano nell’aula; alle persone con DSA non vengono dati gli strumenti adeguati, se non un po’ di tempo in più agli esami e tutor che non hanno la possibilità di seguire con la dovuta attenzione ogni persona; le neurodivergenze non vengono quasi mai contemplate in questo quadro e non è previsto alcun supporto, e quando è previsto ci preme ricordare che è riservato a pochissime persone, visti i costi di una diagnosi che possa permettere di accedere a dei supporti. Queste sono solo alcune problematiche che quotidianamente una persona con disabilità si trova davanti nel suo percorso universitario, rendendo spesso fisicamente e psicologicamente provante accedere ai luoghi universitari e fruirne come una persona abile e neurotipica.
Non vogliamo narrazioni infantilizzanti o pietistiche, vogliamo università che siano accessibili, che non considerino l’ascolto dei nostri bisogni come qualcosa di aggiuntivo e accessorio. Vogliamo perciò spazi senza barriere architettoniche; la promozione di una pedagogia antiabilista che valorizzi le diverse modalità di apprendimento e di espressione; l’implementazione di programmi di supporto specifici; una didattica mista, che permetta a tuttɜ di poter frequentare.
– Decolonizzazione e Transfemminismo
L’università in quanto luogo del sapere e della ricerca dovrebbe essere la prima a mettere in dubbio ciò che al suo interno si insegna. Sono pochi i corsi in cui i saperi vengano decostruiti e ridiscussi, in cui a essere in primo piano non sia sempre la parola di un uomo bianco cisetero e abile: pensiamo ai saperi storici e letterari, in cui vengono studiate sempre le stesse persone, lo stesso canone poetico e lo stesso tipo di storiografia evenemenziale; pensiamo ai corsi di giurisprudenza in cui mai viene messo in dubbio il concetto stesso di legge e di giustizia che abbiamo e la sua applicazione sociale; o i corsi di economia, in cui il modello capitalistico viene presentato sempre come l’unica alternativa possibile. Aggiungiamo anche come non venga in alcun modo problematizzata la matrice coloniale, suprematista bianca e patriarcale del nostro stesso modo di intendere la cultura e il sapere.
I saperi dovrebbero essere liberi non solo dalle logiche capitalistiche e di mercato, ma anche dalle logiche patriarcali e machiste che cercano di vincolare le soggettività femminili a studi di tipo umanistico o di cura e le soggettività maschili a studi di tipo scientifico-tecnico, svilendo queste ultime in caso scelgano altri percorsi come non abbastanza “da uomini” o ritenendo le prime incapaci di affrontare percorsi “troppo difficili”. Le stesse logiche che rendono un taboo argomenti come la violenza di genere, purtroppo ancora all’ordine del giorno nei nostri atenei, o l’educazione sessuo-affettiva.
Vogliamo un’università che sia luogo libero di scambio ed elaborazioni di saperi, un’università che non faccia accordi con aziende private, genocide e militari, che non si faccia finanziare da questi, solo per formare futura forza lavoro. Vogliamo un’università transfemminista e decoloniale, che non abbia paura di ammettere e fare i conti col modo in cui al suo interno si riproducono dinamiche di potere speculari all’esterno, patriarcali queerfobiche, razziste e abiliste, che non ignori le soggettività marginalizzate al suo interno, così che si possa realmente costruire un luogo di libera circolazione e formulazione del sapere.
– Regolamenti antimolestie
Negli ultimi anni abbiamo continuato ad assistere ad episodi di violenza perpetrati all’interno degli spazi universitari, una violenza insita nel sistema patriarcale ma che non per questo può e deve essere giustificata. L’Università, in quanto centro di divulgazione della conoscenza e di liberazione dei saperi, deve essere il fulcro da cui inizia il cambiamento. Vogliamo una società della cura che parta proprio dagli spazi universitari, che siano sicuri e scevri dalle logiche violente che troppo spesso subiamo.
Non bastano i richiami privati a coloro che si permettono di compiere atti molesti, vogliamo dei regolamenti anti-molestie che facciano rispettare i codici etici degli atenei e che garantiscano la tutela di tutte le soggettività che attraversano gli spazi universitari, siano esse parte della componente studentesca o lavoratrice. Non ci possiamo accontentare di semplici rimproveri: chi esercita violenza non può trovare il suo posto nell’Università.
3. Abitare e carovita
– Affitti
Il contratto a canone convenzionato per studentɜ è uno strumento ancora poco utilizzato, che dovrebbe essere ripreso dallo stato e dai comuni, fino ad arrivare idealmente a calmierare i prezzi degli affitti, insostenibili per la comunità studentesca. Per ottenere questo è fondamentale sostenere le parti della società civile che portano avanti le battaglie per la casa e per la riduzione dei canoni, stimolando un intervento pubblico a livello statale, regionale e comunale. Un intervento pubblico di edilizia e di calmierazione è necessario per fare in modo che non ci sia spazio per la speculazione degli affitti, in particolar modo nelle città storiche in cui gli affitti brevi e turistici portano ad una gentrificazione ed inabilità delle città.
Vanno limitati i fenomeni come AirBnB non per uno spirito corporativista verso il settore alberghiero vecchia scuola né tantomeno seguendo lo spettro della sicurezza pubblica, ma per evitare di far diventare le nostre città delle vetrine vuote, impoverendo il loro tessuto culturale, sociale e produttivo a favore di un guadagno a breve termine nel settore alberghiero.
Una decompressione attraverso progetti di riutilizzo di spazi pubblici e privati abbandonati e sfitti ed una limitazione dei prezzi contro le speculazioni è necessaria, per rendere nuovamente abitabili le città universitarie. Il riutilizzo degli stabili abbandonati, sequestrati e sfitti per finalità sociali deve essere attuato anche in ottica di decompressione di un mercato degli affitti ostaggio di pochi grandi proprietari che speculano sulla pelle della comunità studentesca e lavoratrice delle città, contribuendo all’aumento degli affitti, alla gentrificazione delle città e di conseguenza al degrado sociale ed alla precarietà economica che ne derivano.
Vanno sostenute iniziative a livello nazionale come quelle portate avanti dal Social Forum per l’Abitare e a livello locale da Associazione per la Casa a Venezia e da Vuoti a Rendere a Torino, che vanno nella strada del recupero dei beni pubblici abbandonati e nella mappatura, sanzionamento ed utilizzo degli appartamenti privati lasciati sfitti, tra i motivi per l’aumento cronico dei canoni.
Chiediamo a gran voce che le istituzioni che dovrebbero garantire il diritto allo studio, a partire dal Ministero dell’Università e della Ricerca, ed il Diritto all’Abitare, che interessa invece tutto il paese, si accordino per aumentare e rendere sufficiente almeno il contributo affitto per studentɜ fuorisede, al momento ridotta a poche centinaia di euro all’anno, laddove gli affitti crescono a dismisura di anno in anno, almeno finché non siano risolte le problematiche strutturali che rendono la popolazione studentesca così vulnerabile a dinamiche speculative e di mercato. Chiediamo che il governo ripristini i fondi per l’affitto e quello per la morosità incolpevole, inoltre chiediamo che venga previsto un fondo straordinario per gli affitti dellɜ studentɜ fuorisede.
– Caro vita
La crisi economica del 2022 ha significato un ennesimo peggioramento della situazione economica, già gravemente intaccata dalla recessione del 2020. Le crisi, anche così ravvicinate, sono parte integrante del sistema capitalistico e a pagarne le conseguenze sono spesso le fasce più fragili della popolazione, tra cui la comunità studentesca, in particolare lɜ fuorisede.
L’Italia è un paese che basa molto del suo sistema di diritto allo studio sul nucleo familiare, a partire dal principale indicatore della situazione economica: l’ISEE, che raccoglie la situazione economica familiare, in maniera anche poco precisa molto spesso, e obbliga lɜ studentɜ a stare sullo stato familiare, impedendo l’emancipazione.
Il problema del welfare familistico italiano è che, esclusi alcuni palliativi come borse di studio e pochi sussidi previsti dallo stato, tutte le spese, da quelle per il mondo accademico fino a quelle per la vita di ogni giorno, sono a carico dellɜ singolɜ studentɜ e del loro nucleo familiare che talvolta non riesce a sostenerle, portando a dover scegliere tra lavorare per mantenersi o abbandonare gli studi.
In questo contesto non si può non considerare come la crisi economica abbia portato ad un importante aumento dell’inflazione, non corrisposto ad un aumento dei salari, con conseguente aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e calo del potere di acquisto delle famiglie. I costi eccessivi sono diventati difficilmente sostenibili da soggettività che non lavorano o che lavorano nelle condizioni di sfruttamento tipiche del lavoro giovanile e studentesco.
Le nostre proposte:
Vogliamo quindi prezzi calmierati per i beni di prima necessità; più sussidi che garantiscano il diritto allo studio per lɜ studentɜ fuorisede e mense gratuite e aperte anche nei weekend, con un loro necessario potenziamento e ampliamento.
– Trasporti
Il miglioramento della mobilità della comunità studentesca universitaria in Italia è una delle principali priorità per garantire il diritto allo studio e la partecipazione alla vita accademica. Le università italiane sono distribuite su tutto il territorio nazionale, spesso in località lontane dai centri urbani e dai relativi servizi. Tuttavia, il sistema di trasporti in Italia presenta numerosi problemi legati alla qualità e all’efficienza dei servizi, tra cui disfunzioni, ritardi frequenti e costi elevati, particolarmente evidenti nelle aree rurali e nelle regioni meridionali, dove l’offerta di trasporto pubblico è limitata.
Le nostre proposte:
E’ nostro obiettivo promuovere politiche che possano garantire un miglioramento delle infrastrutture, la riduzione dei costi per lɜ studentɜ e un aumento dell’offerta di servizi, puntando anche su soluzioni più sostenibili e la promozione di iniziative che facilitino l’accessibilità alle università, specialmente per fuori sede e pendolari.
La comunità accademica è una delle principali categorie utilizzatrici dei mezzi di trasporto pubblico in Italia, conseguentemente si rende necessario un confronto costante tra le istituzioni, le aziende di trasporto e le rappresentanze studentesche. Tale forma di dialogo sarebbe auspicabile mediante l’istituzione di tavoli territoriali di confronto e dialogo sui trasporti con l’obiettivo di sviluppare soluzioni concrete che rispondano alle esigenze dellɜ studentɜ.
Si rende quindi necessario il rafforzamento delle linee di trasporto pubblico, urbano ed extraurbano, una misura concreta e cruciale per garantire un servizio più efficiente e accessibile per lɜ studentɜ universitarɜ. Gli interessi principali consistono nel potenziare le linee esistenti, aumentare la frequenza delle corse, migliorare la copertura territoriale ed extra-territoriale. In questo contesto, una rete dei trasporti più efficiente e ben distribuita non solo migliora l’accessibilità ai luoghi di studio, ma contribuisce anche a rendere gli spazi urbani attraversabili al meglio dalla comunità studentesca. Inoltre, chiediamo l’introduzione di prezzi calmierati o alternativamente l’istituzione di sistemi di cashback per i trasporti destinati alla comunità studentesca, promuovendone l’utilizzo ammortizzando il peso economico legato alla mobilità. Sebbene il modello dell bonus trasporti costituisca una mera modalità palliativa e non una risposta realmente funzionale alla risoluzione della questione trasporti sul suolo nazionale, la sua reintroduzione, in una forma più equa e ragionata, costituirebbe una soluzione preliminare per alleggerire le spese affrontate da studentɜ fuorisede e pendolari nell’utilizzo dei mezzi di trasporto per raggiungere le proprie sedi universitarie.
Infine, l’accessibilità dei trasporti per le persone con disabilità è un aspetto fondamentale per garantire la parità di opportunità e il diritto alla mobilità per tuttɜ. In un contesto universitario, dove gli spostamenti quotidiani sono essenziali per la partecipazione alla vita accademica, è cruciale che i mezzi di trasporto e le strutture ad essi associate siano adeguatamente attrezzati per soddisfare le esigenze dellɜ studentɜ con disabilità.Questo modello permetterebbe l’eliminazione di una spesa accessoria che di per sé si aggiunge alle esose spese universitarie legate a tassazione, affitto e carovita nel suo complesso; inoltre, garantirebbe un importante passo avanti nel supporto e nell’integrazione nel tessuto universitario delle famiglie a basso reddito, studentɜ lavoratorɜ e categorie economicamente fragili.
– Studentɜ lavoratorɜ, Pendolarɜ e Fuorisede
Un’università che si ritenga accessibile, non può non curarsi di quella porzione della comunità studentesca obbligata a dedicarsi ad attività lavorative per poter finanziare il proprio percorso formativo; il termine studentɜ lavoratorɜ difatti non include solamente coloro che dispongono di contratto lavorativo part-time o simili, bensì contiene, nel suo significato più ampio, anche coloro che sono costrettɜ ad appoggiarsi a attività lavorative senza regolare contratto.
Le politiche a supporto dellɜ studentɜ lavoratorɜ sono essenziali per garantire che chi cerca di coniugare studio e lavoro non debba sacrificare la propria formazione o il proprio benessere. Questi studenti rappresentano una parte significativa della popolazione accademica e le loro esigenze meritano un’attenzione specifica per creare un ambiente in cui possano riuscire a gestire al meglio entrambi gli impegni.
Le nostre proposte:
Una minore tassazione se non la completa gratuità degli studi universitari sono quindi le risposte per una tutela concreta di questa categoria di studentɜ, arrivando ad un’auspicabile realtà in cui nessunə abbia bisogno di lavorare per potersi permettere il proprio percorso di formazione.
Inoltre, un aumento del numero di appelli d’esame, ed una loro più capillare distribuzione durante l’anno, permetterebbe di alleggerire il carico degli impegni universitari ed una più facile gestione del piano di studi, andando a vantaggio dell’intera comunità studentesca.Per questi motivi chiediamo l’integrazione della comunità studentesca nelle scelte politiche delle differenti realtà urbane e cittadine alle quali afferiscono: per avere città realmente a misura di studente chiediamo spazi di socialità alternativa, in cui poter sentirsi realmente cittadinɜ e non estraneɜ. Chiediamo maggiori tutele per studentɜ lavoratorɜ: la gratuità dell’università è l’obiettivo da porsi affinché non sia necessario lavorare per studiare, chiediamo l’aumento degli appelli e maggior tutela di questa categoria di studentɜ. Infine, chiediamo la possibilità di avere lɜ medici di base per studentɜ fuori sede: dovrebbero esserci medici di base dedicati alla comunità studentesca.
4. Amministrazione etica e Finanziamenti
– Tasse e Finanziamenti
L’accesso all’istruzione dovrebbe essere gratuito per tuttɜ e questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso un modello di università gratuita, essenziale specialmente visti i recenti tagli significativi al settore dell’istruzione. È quindi necessario riflettere sull’accessibilità dei percorsi universitari, considerando la visione sistemica che guida il nostro impegno politico all’interno degli spazi del sapere. Vogliamo mantenere un equilibrio tra l’aspirazione all’università gratuita e l’adozione di un reddito di formazione come strumento di emancipazione, insieme al lavoro contingente sulla contribuzione studentesca all’interno degli organi di rappresentanza. Questa rivendicazione fa parte di una lotta più ampia per il reddito di base universale, esteso a tutta la popolazione e non solo allɜ studentɜ.
Dalla Riforma Gelmini in poi, l’Università ha subito una significativa riduzione delle risorse materiali e umane, lasciando gli atenei in una condizione di costante difficoltà fino ai recenti tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, la principale fonte di finanziamento statale per gli atenei, che ha compromesso la loro capacità di garantire un funzionamento efficiente e di svolgere adeguatamente il loro ruolo all’interno della società.
La spesa pubblica complessiva per l’istruzione in Italia rimane tra le più basse nella classifica OCSE, così come per quanto riguarda il numero dei laureati nel nostro Paese. Ad oggi l’Italia presenta un tasso di dispersione scolastica del 12,7%, una delle incidenze più alte d’Europa. A determinare la decisione di abbandonare gli studi precocemente sono fattori quali il territorio di appartenenza e il contesto economico e sociale di provenienza. Infatti, le disuguaglianze sociali vengono spesso riprodotte all’interno del sistema d’istruzione alimentando le disparità in termini di opportunità educative.
Le nostre proposte:
Per questi motivi, l’aumento dei finanziamenti rappresenta una priorità imprescindibile per il rilancio del sistema universitario. Senza un radicale rifinanziamento non è in alcun modo immaginabile la realizzazione di un modello di università alternativo, che rimetta al centro i reali bisogni di tutte le componenti del mondo accademico e ponga fine alla selezione sfrenata e alla sottomissione del pubblico al privato.
Tenendo ben in mente questa prospettiva, riteniamo fondamentale che a un incremento dei fondi statali corrisponda un cambiamento nel modello di ripartizione delle risorse per gli atenei e ad un ripensamento del Fondo di Finanziamento Ordinario. Quest’anno abbiamo visto come quasi tutti gli atenei d’Italia subiranno pesanti tagli con un calo medio del 2,12%. Inoltre con la riduzione al minimo di legge della quota base e la diminuzione nettamente minore della quota premiale, assegnata secondo i risultati ottenuti dalle università, non si fa altro che incentivare la competizione tra atenei e aggravare le disuguaglianze all’interno del Paese.
Non solo crediamo che debba esserci un totale superamento della quota premiale ma anche attraverso l’eliminazione dalla quota base di ogni riferimento ad un presunto merito. Nella quota base il costo standard deve diventare un vero indice di bisogno, che stabilisce e garantisce il finanziamento del fabbisogno degli Atenei in tutti i suoi aspetti.
Nella prospettiva della gratuità dell’Università crediamo che sia necessario l’innalzamento della No Tax Area a 30.000€ in tutti gli atenei italiani, con una propensione all’innalzamento del limite imposto dal Ministero, l’adozione di un modello di tassazione progressivo in tutti gli atenei visto l’aumento del fabbisogno studentesco e la sempre maggiore difficoltà a sostenere i costi che un percorso universitario comporta. Ci battiamo per l’eliminazione di qualsiasi meccanismo premio-punitivo all’interno del sistema di contribuzione studentesca. Con il fine di smontare l’ideologia meritocratica che sta alla base della determinazione della maggiorazione per lɜ studentɜ fuori corso che rappresenta perlopiù una forma di punizione nei confronti di coloro che non conseguono la laurea nei tempi previsti, nel breve termine ci poniamo come obiettivi lo slittamento dell’anno a partire dal quale si applica il fuoricorso; l’applicazione della progressività sia per l’anno fuoricorso che di reddito e l’esonero dalla maggiorazione di coloro che rientrano in categorie particolari (disabilità, DSA, genitori…), ponendo un’attenzione al limite complessivo della contribuzione studentesca che gli Atenei possono richiedere (20% del FFO recepito dall’ateneo), determinato da una norma non chiara e che non comprende studentɜ internazionali e fuoricorso, permettendo così agli atenei di “falsare” i conti e aumentare la tassazione studentesca.
– Finanziamenti etici e Rapporti con aziende
La riforma Gelmini, alla luce di decenni di politiche neoliberali, ha reso l’università sempre più subordinata al mondo dell’impresa. Questa evoluzione ha portato a un modello di aziendalizzazione e dipendenza economica della ricerca. Le partnership tra università e aziende militari portano vantaggi reciproci: per le imprese, un accesso al lavoro cognitivo a bassissimo costo e una legittimazione delle proprie attività, camuffandole come investimenti sul territorio; per gli atenei, un modo per soddisfare le richieste della “terza missione” e dei parametri di valutazione ANVUR, che premiano la capacità di valorizzare economicamente la proprietà intellettuale e di creare sinergie con il settore privato. In questo contesto, la “terza missione” rappresenta l’ultimo anello della trasformazione neoliberale dell’università, ridefinendo la sua funzione e il suo ruolo: i Dipartimenti universitari sono equiparati a centri di ricerca e sviluppo aziendali, mentre le componenti docente e ricercatrice sono considerate fornitrici di servizi professionali ad alto contenuto tecnologico in una logica competitiva. Questo modello non solo si aggiunge alle tradizionali missioni di insegnamento e ricerca, ma le riorganizza profondamente, influenzando la qualità della formazione e della ricerca stessa, poiché docenti e personale tecnico-amministrativo sono sempre più coinvolti in attività connesse a questi obiettivi economici e di mercato, sottraendo tempo e risorse alle attività scientifiche di base.
Il prodotto di queste collaborazioni, spesso, consiste nel trasferimento di know-how scientifico e tecnologico. Questo rende complesso e delicato il dibattito etico, poiché le tecnologie dual use sono spesso presentate come neutre, mascherando le implicazioni militari e limitando le possibilità di una discussione critica, consolidando l’apparato accademico-militare e rendendo difficile contrastare queste dinamiche. I comitati etici degli atenei, pur essendo presenti, spesso si limitano a monitorare gli aspetti interni alla comunità accademica, mentre i codici etici, sebbene variabili da ateneo ad ateneo, stabiliscono le linee guida per la condotta del personale e per la gestione delle partnership. Tuttavia, questi strumenti, pur essendo utili, non sono sempre sufficienti a frenare l’infiltrazione di logiche industriali e militari nelle università, in quanto non sono strutturati per affrontare in modo incisivo le implicazioni etiche di collaborazioni con l’industria bellica.
Le nostre proposte:
Per contrastare questa deriva, proponiamo l’introduzione di un atto di indirizzo che promuova la trasparenza e la ricerca etica all’interno delle università, affrontando in maniera esplicita il problema delle tecnologie dual use e delle alleanze con l’industria bellica. Questo atto di indirizzo dovrebbe definire linee guida chiare per la gestione delle partnership tra università e imprese, con l’obiettivo di proteggere l’autonomia accademica e garantire che la ricerca universitaria non sia subordinata a interessi economici. In particolare, sarà fondamentale assicurarsi che tutte le collaborazioni siano valutate non solo sotto il profilo economico, ma anche rispetto al loro impatto sociale ed etico, promuovendo un modello di ricerca che metta al centro lo sviluppo sociale e scientifico al servizio della collettività. Un atto di indirizzo in tal senso potrebbe rappresentare un punto di svolta, capace di orientare l’università verso una visione più etica e trasparente degli accordi, al fine di difendere la qualità e l’indipendenza della ricerca scientifica, andando a scardinare la retorica della mercificazione e dalla subordinazione dei saperi alle logiche di mercato.
Antimilitarismo
Il consistente taglio all’FFO 2024, preceduto da politiche di aziendalizzazione e privatizzazione dell’università iniziate decenni fa, conducono lɜ studentɜ alla guerra: da anni aziende belliche quali Leonardo S.P.A. e Thales Alenia Space Italia (TSA) invadono gli spazi universitari, attuando accordi con settori ingegneristici per promuovere la logica del profitto tramite il perfezionamento dei sistemi d’arma o informatici, piuttosto che la formazione degli universitari e la tutela di una ricerca utilmente sociale; la conseguenza più vicina è il divario generato nei fondi destinati agli ambiti scientifici, settori più interessati dalle fabbriche di armi, rispetto agli studi umanistici, sempre più impoveriti perché non considerati utili al mercato del lavoro tecnico. Il risultato più grave è l’infiltrazione, economica e sociale, della necessità del legame con tali aziende, nelle menti della base studentesca, sempre più lontana dalle rivendicazioni sociali di un’altra università, ma indottrinate al pensiero del mero guadagno.
La mancanza di un forte sostegno statale di finanziamenti per un’università pubblica e accessibile a tuttɜ getta migliaia di studentɜ in progetti e collaborazioni con aziende del settore degli armamenti, oltre a incentivare legami con paesi non rispettosi dei diritti umani e colpevoli di genocidio: il sistema universitario israeliano, fin dal principio legato all’apparato militare dell’IDF, oltre a essere una simbiosi alimentata da Elbit System, Rafael e grandi aziende di difesa multimiliardarie, oltre alla presenza di numerose start-up tecnologiche dedite soprattutto a software di spionaggio, hackeraggio o profiling di civili palestinesi, ormai bersagli e cavie colpite da ogni tipo di arma, venduta poi all’estero con l’etichetta di “testata in combattimento”. Israele, grazie all’altissimo livello tecnologico nato tra l’esercito e il comparto universitario, espande i propri legami con gli atenei italiani, desiderosi di lucro in un momento di estrema crisi di risorse, propagandando la falsa idea dello stato sionista come paese all’avanguardia nel digitale civile. I risultati di tali accordi lo si vedono ogni giorno: università rase al suolo, migliaia di colleghi, civili innocenti, studenti massacrati con la tecnologia elogiata dai rettori israeliani e costantemente agognata dai nostri atenei. Ci opponiamo alla cultura del massacro e alla tecnologia della pulizia etnica: chiediamo alle nostre università il boicottaggio accademico di ogni ente, università e organizzazione israeliana. È l’unico modo per non essere complici di genocidio, rompendo i legami del sionismo infiltrati nella società italiana, oltre a contrastare l’avanzata di aziende belliche nazionali tramite la costituzione di commissioni paritetiche tra studentɜ, docenti e ricercatorɜ, per identificare gli accordi di Dual Use, l’utilizzo della ricerca dal campo civile all’applicazione militare, adoperando la trasparenza a tutela della vera innovazione e della circolazione delle idee libere.
– Antimafia
Le influenze della criminalità organizzata in Italia sono numerose e in vari ambiti economici, quello della pubblica amministrazione, in particolare delle università, purtroppo non è da meno.
La capacità della criminalità organizzata di inserirsi in contesti che teoricamente sarebbero molto lontani da quelli criminali, l’ha portata ad avere ruoli importanti nella gestione dei fondi pubblici per i propri scopi.
Le governance e le amministrazioni degli atenei hanno molte libertà nella gestione dei bilanci e dei fondi, il primo motivo è per lo scarso numero di rappresentanti dellɜ studentɜ che siedono negli organi maggiori centrali, che di conseguenza possono ben poco se le altre componenti più numerose sono meglio organizzate. La gestione delle proprietà degli atenei tramite Fondazioni contribuisce a creare delle zone grigie dove le università ufficialmente non possiedono gli spazi che lɜ studentɜ attraversano ogni giorno, e che possono essere gestiti in organi che vedono una minima rappresentanza studentesca.
Una gestione trasparente dei bilanci è fondamentale per far rendere conto allɜ studentɜ di come vengono spesi i fondi destinati per la loro istruzione e il loro diritto allo studio, oltre che di come vengono gestiti e affidati gli spazi che ogni giorno vivono.
Le università devono essere dei presidi dove l’antimafia viene insegnata e coltivata come valore e principio imprescindibile, con corsi appositi, con attività di ricerca e di formazione apposite.
Chiediamo che ci siano in ogni ateneo delle commissioni con adeguato numero di rappresentanza studentesca che vigili e migliori la trasparenza delle amministrazioni degli atenei, che devono adeguare e rispettare il ”Piano triennale di prevenzione della corruzione e della trasparenza”.Inoltre, chiediamo una piattaforma anonima per il whistleblowing e che ogni Università abbia un Codice Etico e una Commissione etica che vigili alla sua applicazione.
– Ecologia
Ci troviamo nel mezzo di un’emergenza ambientale che ostacola la costruzione di una società equa e sostenibile. I governi degli stati, come è stato reclamato da milioni di giovani nelle piazze di tutto il mondo, si sono preoccupati solo di dipingere di verde un sistema produttivo insostenibile. Per riprenderci il nostro futuro non abbiamo bisogno di una transizione ecologica, ma di una profonda rivoluzione ambientale basata sulle competenze del mondo accademico e sulla partecipazione della comunità studentesca e giovanile.
É necessario un profondo rifinanziamento della ricerca da parte del MUR orientato verso un un diverso modello produttivo e sociale, un’economia non più lineare ma circolare, lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili e accessibili per tuttɜ. Sono inoltre necessarie ricerche nell’ambito delle scienze sociali, giuridiche e politiche per immaginare una società sostenibile sul lungo termine.
Per farlo, ci impegniamo per inserire percorsi didattici gratuiti in ogni ateneo sulla sostenibilità ambientale e sociale da poter inserire nei piani di studio: ciò che si insegna all’interno dei nostri atenei deve dare gli strumenti che ci permettano di realizzare un mondo differente, slegato da qualsiasi logica di sfruttamento delle persone e delle risorse del pianeta.
Le nostre proposte:
Chiediamo un finanziamento del ministero per raggiungere l’obiettivo di Atenei a impatto zero entro il 2035, le nostre università si devono adoperare concretamente per azzerare il consumo di plastica, perchè le forniture dei servizi di ristorazione facciano uso di prodotti provenienti dal territorio di consumo, perché la filiera di smaltimento dei rifiuti sia controllata e che l’energia utilizzata nelle varie strutture provenga da fonti rinnovabili.
Inoltre, chiediamo un aumento dei finanziamenti al trasporto pubblico e sostenibile e la creazione di un modello di convenzione tra atenei e aziende di trasporto pubblico locale, incluse le ferroviarie, per l’introduzione di tariffe agevolate ai trasporti studenteschi coerenti a livello nazionale, incentivando così l’utilizzo di mezzi di trasporto il meno inquinanti possibile.
Chiediamo l’apertura, tramite il CNSU, di un tavolo di discussione permanente tra Ministero dell’Università e della Ricerca e Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, in cui la comunità accademica abbia un ruolo centrale per concretizzare tutte le misure che permetteranno alle università italiane di diventare realmente sostenibili.
Ci battiamo per la stesura di una serie di criteri, concordati tra tutti gli atenei italiani, che obblighino le aziende che stipulano accordi di ricerca con le Università a rispettare standard di sostenibilità ambientale e sociale, nonché l’istituzione di commissioni paritetiche di valutazione degli accordi e valutazione del dual use. Chiediamo inoltre che venga esplicitata la natura di ogni accordo che le università stipulano con enti terzi, per garantire la trasparenza nella didattica e nella ricerca, tramite l’istituzione di un albo accessibile alla comunità accademica e alla cittadinanza.
Non possiamo più permettere che colossi petroliferi come ENI finanzino ricerche di enti pubblici, legittimandosi come leader della transizione ecologica e annullando il ruolo indipendente della comunità accademica.
Chiediamo inoltre l’ampliamento degli spazi verdi nei campus Universitari e nei quartieri adiacenti, influenzando le politiche comunali e regionali. Una volta elaborata una visione autonoma del problema della crisi climatica, la terza missione degli atenei deve includere un rapporto con le istituzioni locali e la condivisione dei propri saperi attraverso eventi sulla sostenibilità aperti all’ascolto e alla partecipazione dei cittadini.
5. Partecipazione e Rappresentanza
– Partecipazione e Decisionalità
Le università italiane sono luoghi chiusi e poco accoglienti, perlopiù sono ormai adibiti ad esamificio, da vivere solo per seguire i corsi e per dare gli esami, che non hanno prospettive o attività alternative alla mera didattica. La stessa didattica spesso non ha una reale partecipazione dellɜ studentɜ, che ricevono una serie di concetti da assimilare e imparare a memoria, senza avere la possibilità di poterli discutere, di avere quello spazio di confronto necessario allo sviluppo della conoscenza critica. Vivere i luoghi del sapere è sempre più difficile a causa di atenei che, con poche eccezioni, chiudono appena terminano le lezioni, chiudono le aule quando non sono usate per lezioni rendendo impossibile sfruttare le sedi universitarie all’infuori del momento didattico frontale.
Gli spazi dove lɜ studentɜ possono effettivamente esprimersi sulla didattica sono ridotti all’osso e costruiti in modo da essere poco funzionali ed anonimi, come i questionari pre esame, che vengono solo sommariamente esaminati dalle commissioni paritetiche dei corsi di laurea piuttosto che prenderli come il punto di riferimento cardine per poter migliorare la didattica.
Il corpo studentesco rappresenta la quasi totalità del mondo accademico, eppure non ha voce in capitolo sull’organizzazione delle lezioni che deve seguire, sulla disposizione degli orari, sulle modalità di esame e sui programmi.Chiediamo che ci siano dei reali luoghi dove lɜ studentɜ possano esprimere i propri bisogni e le proprie necessità riguardo gli atenei, la didattica, sui problemi e sulle trasformazioni del mondo dell’Università, dove potersi confrontare con lɜ propriɜ rappresentanti. Tali spazi devono avere un riconoscimento dagli atenei, che devono tenere conto delle decisioni che vengono prese in tali spazi.
– Rappresentanza e ruolo della rappresentanza rispetto al Governo
La partecipazione nei luoghi della formazione è osteggiata da numerosi fattori, prima di tutto dal ruolo marginale che ha la rappresentanza studentesca nei vari organi: ad eccezione delle commissioni paritetiche, la percentuale di rappresentanza studentesca negli organi è del 15%, una percentuale irrisoria che non vedrà mai la possibilità di avanzare proprie proposte a meno che non incontrino il favore della componente docente.
In generale l’esperienza della rappresentanza è poco sentita dal corpo studentesco, per cui spesso lɜ rappresentanti sono solo delle persone che passano dispense ed appunti; le elezioni, con poche eccezioni, sono poco partecipate e spesso vedono episodi violenti e spiacevoli, come l’annullamento di una tornata elettorale. Il sistema di voto a distanza rappresenta solo un vantaggio economico per gli atenei, mentre è una sconfitta per il corpo studentesco, in quanto non garantisce la segretezza del voto.
Il corpo studentesco ogni tre anni è chiamato a votare per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, un organo consultivo del Ministero dell’Università e della Ricerca che ha una rappresentanza in Consiglio Universitario Nazionale (CUN). I poteri del CNSU sono molto ridotti e poco incisivi, eppure è un organo che ha la possibilità di interagire con membri del governo e di tutto il mondo accademico, a partire dai rettori, che continuano ad esercitare un potere enorme.
Le nostre proposte:
Chiediamo una radicale riforma della rappresentanza in modo che si rispecchi il ruolo di maggioranza nel mondo accademico della componente studentesca: abbiamo il diritto di avere potere decisionale sulle nostre vite e i nostri percorsi di studio, le università non devono più seguire ciecamente le logiche aziendalistiche e dei baroni, ma le necessità dellɜ studentɜ.
Chiediamo che i Consigli degli Studenti abbiano un reale compito di controllo e garanzia sui Senati accademici, sui Consigli di Amministrazione, e possano effettuare interrogazioni e richieste a questi ultimi e ai rettori.
Chiediamo più rappresentanti e un potere decisionale reale e non solo di facciata.Chiediamo una riforma del CNSU che lo porti ad essere un organo realmente influente nelle decisioni del ministero, che deve essere obbligato non solo a sentirne i pareri ma ad attuarli e rispettarli. Inoltre, crediamo che il CNSU debba avere il potere di poter convocare dei referendum nazionali studenteschi dal parere vincolante, su temi di pubblica utilità per lɜ studentɜ.
– Repressione e Antifascismo
L’indirizzo politico del governo è, dall’inizio del suo mandato, quello di usare la violenza e la forza per reprimere ogni spazio di confronto e di dissenso, oltre che di dotarsi di strumenti giuridici che piano piano tolgano ogni spazio di sciopero e dissenso. Negli atenei italiani è ormai comune vedere dispiegamenti di forze di polizia, sia a difesa di eventi politici considerati a rischio sia semplicemente di pattuglia. Questi si sommano alle forze di vigilanza privata che sono stabilmente nei nostri atenei, creando un pesante clima di controllo quando addirittura di violenza e repressione nei confronti di manifestazioni pacifiche, pensiamo alla Sapienza, a Pisa, a Torino.
La repressione non è solo la violenza fisica esercitata contro lɜ studentɜ, è anche quando la voce del corpo studentesco viene silenziata, depotenziata e inascoltata; spesso e volentieri agli eventi negli atenei le voci scomode vengono silenziate o vengono dati spazi infinitesimali. La repressione delle lotte viene esercitata quando le mozioni che vanno a discutere di accordi o rapporti commerciali con entità che commettono genocidi o crimini di guerra, come Israele, non vengono neanche discusse nei dipartimenti e negli organi.
Silenziare la voce di chi vive gli atenei è una forma di violenza e di repressione e le voci che spesso vengono represse sono quelle che sono, in accordo alla costituzione, espressamente antifasciste.
Quello delle organizzazioni neofasciste è un grave problema nei nostri atenei, dato che collettivi, organizzazioni e associazioni che si rifanno a quel passato e a quelle simbologie continuano a nascere e a crescere nei luoghi del sapere.
Chiediamo atenei liberi dalle forze di polizia e che siano presidi di dialogo e ascolto.
Chiediamo che il mondo accademico si ponga con forza contro tutte le forme di repressione perpetrate dal governo, partendo dal decreto 1660 o “Sicurezza”.
Chiediamo che le forze neofasciste e di estrema destra siano escluse dalla vita delle comunità universitarie, che vengano sciolte e che non sia riconosciuto loro alcun ruolo e alcuna rappresentanza.
– CAV e Consultori
Come studentз crediamo fermamente in un modello di Università fondato sulla cura, che si faccia materialmente carico della violenza patriarcale, abilista e omotransfobica che si manifesta nel mondo accademico. Molestie, discriminazioni e violenze sono una realtà quotidiana per moltз studentз che resta spesso sommersa, causando l’abbandono degli studi, il rallentamento della carriera e traumi psicologici significativi.
I Centri Antiviolenza e i Consultori, a livello tanto territoriale quanto universitario, rappresentano strumenti essenziali per contrastare queste dinamiche e garantire supporto e diritto all’autodeterminazione anche a chi attraversa lo spazio accademico. Non possono essere considerati un lusso o derubricati a iniziative spot, ma devono diventare una componente strutturale e stabile del sistema universitario.
Questi presidi offrono diversi servizi, tra cui supporto psicologico, medico e legale a chi subisce violenza o discriminazione, spazi di ascolto dove soggettività marginalizzate possano essere ascoltate e sostenute e, infine, campagne e iniziative di prevenzione e sensibilizzazione.
Allo stato attuale, i pochi Centri Antiviolenza e Consultori che sono stati inaugurati negli Atenei italiani sono soggetti alla logica a ribasso dei bandi a scadenza breve, che precarizzano e mettono in discussione servizi essenziali e il prezioso lavoro di operatorз e attivistз.
Le nostre proposte: Per un’Università della cura, chiediamo Centri Antiviolenza e Consultori finanziati con fondi strutturali garantiti dagli Atenei e dagli Enti Regionali; la messa a disposizione di luoghi accessibili dove Centri Antiviolenza e Consultori possano operare in sicurezza; protocolli specifici e condivisi per tutelare le soggettività marginalizzate, come codici anti-molestia e regolamenti trasparenti e accessibili a tuttз, con il coinvolgimento di studentɜ, personale e realtà transfemministe attivamente impegnate nel contrasto e nella prevenzione alla violenza patriarcale di genere.
